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Progetto per lo studio del rapporto tra architettura e paesaggio nell'architettura 'alpina'
di età romana

Partners:
Segusium (Rivista di Studi Storici e Archeologici)
Centro Studi Archeologici Herakles

Il progetto si propone l'effettuazione progressiva del rilievo architettonico e topografico dei principali monumenti di età imperiale edificati da Roma sulle Alpi. Lo studio, a carattere interdisciplinare, si propone in particolare l’individuazione di caratteri topografici o architettonici che possono aver implicato l’applicazione di formule geometriche o matematiche di un qualche grado di complessità al fine di risalire, con un «procedimento inverso», agli eventuali intenti politici o propagandistici veicolati dall’architettura imperiale.
Il particolare approccio al tema storico-archeologico, è derivato dalle osservazioni utopiche, effettuate sino a partire dagli inizi del Novecento da studiosi ed antiquari, del particolare allineamento visuale intercorrente tra alcuni edifici imperiali, - perlopiù di età augustea - e il paesaggio, in particolare con le cime delle montagne emergenti ubicate nelle immediate vicinanze. Si è dunque cercato di verificare l’esistenza di un eventuale intenzionalità progettuale risalendo alle misure applicate, alle unità di misura impiegate dei costruttori, alla eventuale applicazione di teoremi matematici. In effetti, una repertorio bibliografico ormai piuttosto consistente, conferma che gli architetti e gli urbanisti dell’antichità conoscevano e sfruttavano i principi della matematica e della geometria ellenistica. Le rilevazioni mostrano che molti edifici (in particolare gli archi onorari) si relazionavano scenograficamente con le Alpi al fine di veicolare messaggi molto potenti, che possono essere di aiuto a ricostruire i tempi e i modi della romanizzazione delle Alpi.

Susa arco

Lo studio dell’arco augusteo di Segusio

il primo intervento ha riguardato l’arco onorario di Susa, inaugurato, secondo quanto riportato nella iscrizione dell’attico, nel 9/8 a.C. per celebrare il foedus tra Roma e le popolazioni celtiche segusine della valle alla conclusione delle cosiddette guerre alpine, condotte da Ottaviano Augusto, in particolare tra il 17 e il 13 a.C.
l’arco, ad un unico fornice, presenta nella fascia immediatamente al di sotto dell’attico una scultura raffigurante una processione di suoveturilia ed un’area presso la quale sono raffigurati un magistrato velato capite ed i victimarii.
Il rilievo con stazione totale dell’arco ha permesso di verificare che questo fu costruito rispettando proporzioni ternarie piuttosto ripetitive.
Il fornice centrale ha una corda (cf) di 5,88 m e una larghezza alla risega di base (bf) pari a 5,94 m (con una deviazione di soli 6 mm rispetto alla corda). L’altezza del fornice (hf), misurata dalla risega alla chiave di volta è, invece, di 8,73 m.
Le proporzioni del dado di base che costituisce l’arco onorario fu ottenuta appoggiandosi ad un quadrato di 9,9 x 9,9 m, i cui lati sono dati dalla larghezza (x) del dado di calcestruzzo bn (escludendo l’aggetto delle colonne angolari) e della distanza (hn) intercorrente tra la sede stradale e la cornice inferiore del fregio del suovetaurilia.
La fascia occupata dal fregio istoriato ed il sovrastante attico (che dunque sono concepiti come elementi organici e in relazione reciproca) occupa uno spazio verticale che corrisponde nuovamente ad una proporzione ternaria: infatti, ha è uguale a 3,3 m, ovvero a un terzo del lato del quadrato di base (hn) (9,9 : 13,2 = 3 : 4).
In ultima analisi, la larghezza del nucleo cementizio dell’arco bn (escluso l’aggetto delle colonne) si ottiene sommando la misura dalla base del fornice (bf) ai suoi due terzi (bn = bf + 2/3 bf = 5,94 m + 3,96 m = 9,9 m).
Tali misure ci assicurano che l’architetto che operò a Susa progettò l’edificio facendo uso di specifici moduli numerici basati sui multipli di 1/3.

L’elemento più sorprendente del complesso monumentale è forse dato dal fatto che il costruttore fu in grado di progettare l’arco in modo tale che chi usciva dal palazzo prefettizio e si voltava a destra per scendere al foro poteva vedere il fornice dell’arco inquadrare la vetta della montagna come se la cima di quest’ultima ne ‘toccasse’ la chiave. Tale complesso allineamento visuale, che deve tener conto dell’altimetria di Susa, dell’altezza del monte e della sua distanza e dell’angolo visuale dell’osservatore, fu possibile solo applicando il teorema della secante e della tangente, noto ai matematici di età ellenistica.
Dato un punto di stazionamento F (518,5 m s.l.m), un punto di osservazione ad altezza d’uomo A (stimato a 1,50 m  dal piano della strada), un segmento BC pari al dislivello sull’asse y tra gli occhi dell’osservatore e la cima delle montagna (3538 m s.l.m.), un segmento B′C′ pari al dislivello sull’asse y tra gli occhi dell’osservatore e la chiave del fornice sul lato retrospicente dell’arco onorario (B′C′ = B′D – C′D), un segmento AC′ pari alla distanza sull’asse x tra l’osservatore e la facciata retrospicente dell’arco onorario, e un segmento AC pari alla distanza sull’asse x tra l’osservatore e la base del Rocciamelone, si verifica la seguente equivalenza:

B′C′ = BC
 AC′      AC

Il segmento AB′ misura 17,088 m (pari a c. 57,5 piedi romani), il segmento AC′ misura 15,92 m (pari a c. 53,8 piedi romani), dando luogo ad un angolo di osservazione α di 21°18′ 36″. Il rapporto AH/HC′ (ovvero la distanza intercorrente tra l’osservatore e facciata prospicente confrontata con la profondità del fornice) (fig. 9) risponde, nuovamente, ad una relazione modulare molto semplice, di ratio 3 : 1 (15,92/5,27 = 3,020).

La convinzione che la scelta sia intenzionale e frutto di un calcolo progettuale ben preciso è confortata dalla sensibilità dei parametri di calcolo, visto che una modesta variazione dei fattori (distanza dell’osservatore dall’arco, altezza del fornice, orientamento E-W dell’asse del fornice) hanno come risultato quello di annullare del tutto l’allineamento e il venir meno dell’effetto ottico
L’applicazione di calcoli ottici implicanti una buona conoscenza della matematica (anche se probabilmente applicati routinariamente per mezzo della dimostrazione geometrica ad essi sottesa) permette di escludere che l’erezione dell’arco sia stata opera di maestranze militari o provinciali alle dipendenze di un semplice capomastro, ma dimostra piuttosto l’invio nelle Alpi di un architetto romano aggiornato sulle problematiche della moderna architettura, capace di intercettare le potenzialità del rapporto altimetrico tra acropoli di Susa e Rocciamelone e di tradurle in architettura, dando luogo ad un’opera ‘simmetrica’ ed ‘euritmica’ funzionale al discorso propagandistico impostato dal principe e del suo entourage nella Capitale.
Non si può poi negare che esista una dicotomia tra realizzazione del fregio e l’esecuzione dell’architettura dell’arco: il primo è carico di elementi anticlassici tipici dell’arte provinciale, mentre il secondo è espressione di accurati calcoli operati da un esperto strutturalista o, sarebbe meglio dire, un abile urbanista. Comune all’arco e al fregio è però l’obiettivo comunicativo, che risponde al medesimo principio e alla medesima sensibilità.

Lo studio dell’arco romano di Donnas

Successive rilevazioni con Stazione totale presso l’arco onorario romano scolpito nella roccia a Donnas hanno permesso di verificare che anche tale monumento, al pari di quello segusino, presenta un fornice costruito sul modulo 3/2 (l’altezza del fornice è di 3,34 m e la sua ampiezza è pari a 1,51 m).
L’arco di Donnas (che sorge all’altitudine di 321 m s.l.m.), inquadra prospetticamente (in perfetta centratura rispetto al fornice) la vetta del Bec di Nona, una montagna posta ad una decina di chilometri di distanza in linea d’aria che raggiunge l’altitudine di 2085 m. s.l.m. (con 1764 m di dislivello), con una soluzione del tutto analoga a quella rilevabile a Susa dove l’arco onorario di Augusto inquadra il Rocciamelone.
La similarità concettuale tra le due realizzazioni è sorprendente e non deve essere considerata occasionale: rarissimi sono i monumenti realizzati con tale espediente in tutto l’Impero romano, sia perché prevedono la presenza nelle immediate vicinanze di una cima montagnosa, sia perché la progettazione del sistema arco/scenografia alpina prevede una serie di calcoli relativamente complessi che non era alla portata di tutti gli architetti. Anche accettando una intenzionalità mimetica dell’architetto di Donnas nei confronti dell’arco segusino, in considerazione della valenza fortemente propagandistica e politica dei signa e dei monumenta imperiali, vi sono segnate possibilità che i due archi condividano la temperie ideologica e di conseguenza la cronologia di edificazione.

Donnas

Sviluppo della ricerca

Sono previste ulteriori rilevazioni presso l’arco onorario di Aosta, l’analisi dei documenti d’archivio che sembrano indicare la presenza di un arco orientato presso la colonia di Eporedia (Ivrea) - oggi scomparso - e un’indagine mitologica per verificare la possibile sincronicità tra l’erezione del ponte romano di St. Martin e il taglio della strada romana di Donnas.